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Forse il concetto che più si avvicina al blog è lo struscio,
che è una forma di pavoneggiamento, di narcisistica seduzione di sé.
Lo struscio è la voglia di annusare l'aria frizzante
e un po' peccaminosa della propria città,
la possibilità di intrigare e di essere intrigati,
rispettando un certo rituale e senza poi esporsi troppo.
Linkare da un blog ad un altro e visitarne dieci, venti per volta
è come farsi tante vasche lungo il corso in una bella serata estiva.
Si prova lo stesso irresistibile piacere...



 

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8 gennaio 2005

Il centrosinistra definisca la sua missione

Riccardo Barenghi, già direttore del Manifesto, ha il pregio di dire ad alta voce quello che pensa e sussurra all’orecchio la parte più emotiva della sinistra antagonista, meno attenta agli interessi di bottega. Anche quando gli capitò di affermare che preferiva i soldati Usa impegnati in Iraq ai “tagliatori di teste” dette voce ad un sentire diffuso, che però faceva a pugni coi dogmatismi e i settarismi che una certa sinistra continua a coltivare per sopravvivere. Le reazioni imbarazzate di Bertinotti, Cossutta, Cento e Pardi all’uscita di Barenghi, che ha suggerito di sostituire Prodi con Veltroni, dimostrano che un certo malessere esiste. Chiedersi se le cose non  andrebbero meglio cambiando il leader non è affatto considerata una boutade. Annota Franco Debenedetti su Panorama che la domanda è comprensibile se “a narrare delle convulsioni al vertice del centrosinistra c’è addirittura una rubrica di Paolo Franchi sul Corriere della Sera”. In realtà il problema non è Prodi. Egli resta per tutti il candidato di gran lunga più forte. Il problema è, invece, che si sia avviata la ricerca di un altro candidato pur di spostare l’attenzione dalla vera difficoltà strutturale del centrosinistra: l’incapacità di indicare con chiarezza agli elettori la propria missione.

Finora l’unica cosa che l’opposizione ha tentato di trasmettere al paese è l’idea di essere più brava della maggioranza di centrosinistra. Ma senza dire gli obiettivi proposti e le azioni concrete con le quali possono essere conseguiti. Troppo poco per spostare consensi. Per una volta tanto ci vorrebbe un pizzico di generosità in più da parte di chi ha maggiori responsabilità. Invece di chiedersi continuamente quale sia il proprio specifico interesse, presumendo che esso coincida con quello dell’elettorato, i partiti dell’Ulivo farebbero bene a domandarsi, tutti insieme, di cosa il paese ha bisogno. E si renderebbero conto che quel maggiore sviluppo che tutti si attendono potrà venire solo eliminando le sacche di rendita, iniettando una massiccia dose di concorrenza, mobilitando le energie di tutti e non solo di chi ha conquistato e non vuole abbandonare posizioni di privilegio, riscoprendo il premio al merito. Questa è la musica che vuole sentire una società profondamente cambiata, che ha riscoperto il valore dell’individualità ed è mossa dal desiderio di massimizzare l’autonomia personale.

A queste pulsioni profonde il centrodestra ha risposto con promesse che poi non è stato in grado di mantenere. Ma in ogni caso è rimasto in sintonia con le nuove domande della società. I partiti dell’Ulivo dovrebbero rispondere con un “progetto riformista” che, in sintonia con la nuova dinamica sociale, faccia leva sulla propensione di molte persone ad assumersi le tradizionali virtù del rischio, dell’impegno sociale e della solidarietà nel perseguimento della soddisfazione dei loro interessi. Si tratta di attingere e dare sviluppo a quei valori liberaldemocratici che hanno caratterizzato le grandi culture riformiste del nostro paese. Tuttavia, non si può non riconoscere alla tradizione cattolico-liberale, oggi raccolta nella Margherita, il merito storico di essersi alimentata, più di ogni altra, di tali valori e, spesso in conflitto con la medesima chiesa, di aver dato dignità – come ci ricorda oggi Biagio de Giovanni sul Riformista – ad un movimento politico che ha guidato la modernizzazione del paese. Una sinistra un tantino più umile non può non prendere atto che il riformismo socialista, pur glorioso e splendente nel suo lungo percorso storico, si è invece dissolto per colpe proprie e quello comunista, pur eccellente specie in alcune regioni, è rimasto sempre minoritario e isolato in un partito per definizione non riformista. E’ anche per questo motivo che chi proviene dalla tradizione cattolico-liberale è oggi più attrezzato degli altri a dare le risposte alle nuove domande della società. Ed è su questa base di onesta ammissione di un primato altrui che la sinistra riformista dovrebbe fare un passo indietro e riconoscere a Romano Prodi la leadership della Federazione come primo passo verso il nuovo partito dell’Ulivo. Solo allora sarà chiara anche la missione del centrosinistra: conseguire uno sviluppo responsabile fondato sul protagonismo di quei cittadini disponibili a mobilitarsi contro le rendite e i privilegi ed a premiare il merito.


 Un anno fa ho scritto questo post.




permalink | inviato da il 8/1/2005 alle 21:14 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa
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