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Forse il concetto che più si avvicina al blog è lo struscio,
che è una forma di pavoneggiamento, di narcisistica seduzione di sé.
Lo struscio è la voglia di annusare l'aria frizzante
e un po' peccaminosa della propria città,
la possibilità di intrigare e di essere intrigati,
rispettando un certo rituale e senza poi esporsi troppo.
Linkare da un blog ad un altro e visitarne dieci, venti per volta
è come farsi tante vasche lungo il corso in una bella serata estiva.
Si prova lo stesso irresistibile piacere...



 

Diario | La vetrina | I paesaggi | I fatti | Le cantate | I passaggi |
 
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7 aprile 2015

Emanuele Bernardi recensisce "Radici & Gemme" di Alfonso Pascale

"Radici & Gemme" di Alfonso Pascale costituisce un contributo importante, a metà tra analisi scientifica e partecipazione personale, sulla storia del nostro paese. È un testo complesso, che copre un lungo arco di tempo, dall’Unità d’Italia ai giorni nostri. E che cerca di tenere assieme tanti aspetti di questa storia, adottando punti di vista a volte eterodossi rispetto alla storiografia più conosciuta: uno di questi è dato dall’attenzione alla “nuova ruralità” e ai beni comuni, alla società civile, a quella parte del paese che pur non esprimendo direttamente “potere” ha comunque svolto – e continua a svolgere – una funzione importante di coesione sociale. È una società fatta di contadini, di tecnici, di funzionari, laici e cattolici, che vivono l’agricoltura come momento di aggregazione, di tenuta del territorio, di condivisione. 


Il testo è di 360 pagine e si divide in otto parti, seguendo l’andamento ondulatorio dell’evoluzione della società civile delle campagne, tra periodi di eclisse e quelli di emersione che si susseguono in alternanza.

La prima parte riguarda la fase in cui le istituzioni della società civile sorte prima della Rivoluzione francese vengono assorbite oppure oscurate dallo Stato liberale. La seconda è quella in cui sorgono le moderne organizzazioni politiche e sociali tra la grande crisi agricola degli anni Ottanta del diciannovesimo secolo e la fine dell’età giolittiana. La terza riguarda il rapido declino di questa nuova società civile - che si stava faticosamente formando - per effetto della Grande Guerra e lo spegnersi della democrazia con l’avvento del fascismo al potere. La quarta prende avvio con il sorgere della democrazia repubblicana e con l’occupazione da parte dei nuovi partiti di massa degli spazi propri della società civile. La quinta riguarda il profondo disagio sociale che si manifesta tra il boom economico e il ’68 in concomitanza coi governi di centro-sinistra. Nella sesta vengono descritti gli aspetti salienti della lunga crisi politica e sociale che si apre agli inizi degli anni Settanta e che esplode negli anni Novanta. La settima parte è dedicata al declino delle forme della rappresentanza delle campagne. E l’ultima prende in considerazione questo primo decennio del nuovo secolo, caratterizzato dalla grave crisi economica e finanziaria e dall’esplosione dei problemi alimentari e della sostenibilità ambientale a livello globale, in cui pare emergere – sebbene ancora a livello embrionale - una nuova società civile, completamente diversa da quella precedente.

Fin dal Risorgimento, sostiene l’A. (p. 27-28), il problema della terra si pose come problema dei beni comuni. E la cultura risorgimentale nata dall’unificazione rimuove poi nei fatti addirittura la memoria di quella particolare forma di autorganizzazione dei cittadini, volta a garantire percorsi inclusivi anche agli ultimi della scala sociale. Con particolare sensibilità, l’unificazione è letta come momento dilaniante di quella società rurale: la repressione del brigantaggio è la «prima guerra civile italiana» (p. 38), una frattura prodotta tra i contadini meridionali e lo Stato difficile da sanare.

Il giudizio critico sul processo di unificazione non si estende tuttavia all’operato di governo delle classi dirigenti liberali, le quali ebbero il merito di avviare e sostenere il progresso tecnologico nelle campagne (le cattedre ambulanti) - favorito pure dalla peculiare assistenza tecnica svolta dalla Chiesa e da organizzazioni religiose a livello locale -, di diffondere l’istruzione agraria e professionale, realizzare bonifiche, forestazione e irrigazioni e interventi antimalarici come il chinino di Stato. Le attività associative dei cattolici costituiscono, in questo quadro, l’ulteriore segnale di un mondo rurale quanto mai attivo e operoso. Nel quale si muovono anche, alla fine dell’800, forze operaie e contadine socialiste che perseguono non la valorizzazione dei beni collettivi, degli usi civici – che prevendono la partecipazione e la responsabilizzazione dell’individuo – quanto la statalizzazione della terra (p. 81). Le terre collettive sono secondo l’a. una sorta di welfare ante-litteram che i contadini cercano di tutelare:
«La differenza di fondo tra la percezione del diritto privatistico al godimento della terra da parte dei contadini e quella dei ceti borghesi sta nella finalità che deve avere l’uso del bene. Nella cultura contadina, la terra è sempre stata considerata un bene particolare, perché, a differenza di altri beni, essa va utilizzata e sfruttata senza mai impoverirla o “consumarla” al punto tale da pregiudicarne l’uso futuro [..] Non potei fare a meno di stupirmi quando sentii dire per la prima volta da un contadino che la terra in determinate condizioni si stanca […]» (p. 82)

Per tutto l’arco dell’Ottocento fino alla metà del Novecento permangono dunque grandi tensioni intorno a due problemi: la terra come bene comune; le modalità della modernizzazione capitalistica, «che erode i bene relazioni e gli spazi di socialità» (p. 125). Queste tensioni assumeranno forme peculiari durante la guerra fredda, nel periodo cioè di massima contrapposizione politica e ideologica tra le forze governative (guidate dalla Democrazia cristiana) e quelle di opposizione (capeggiate dal Partito comunista italiano).

Dopo la fine della II guerra mondiale, la Dc in particolare costruì una sistema di relazioni col mondo della campagne, tramite la Coldiretti e la Federconsorzi, tale da consentirle un rapido e duraturo insediamento tra quelle fasce sociali della popolazione. I modi di tale costruzione del consenso, e la contrapposizione dicotomica col Pci che se ne generò, ebbero un particolare effetto divisivo nelle campagne: «permarrà nelle campagne – osserva giustamente l’A. – una debolezza endemica delle forme di rappresentanza della società civile, fortemente subordinate agli schemi ideologici dei partiti e alle loro pratiche di organizzazione del consenso» (p. 146). I partiti di sinistra, in particolare, soffriranno di una particolare forma di «strabismo» culturale (p. 157): mancheranno infatti di vedere i legami sociali pur presenti nella piccola proprietà contadina, le relazioni tra agricoltura e industria, la pluriattività di un settore che veniva semplicemente contrapposto a quello delle città e delle forze operaie. È anche per questo che un’organizzazione sindacale di coltivatori diretti nascerà a sinistra solo nel 1955 (l’Alleanza nazionale dei contadini). L’Italia agricola, in altre parole, è una realtà di appartenenze separate: l’agricoltura mostra tutti i limiti del processo di unificazione e la mancanza di una piena identificazione nazionale (pp. 158-159).

Contro queste fratture agirono gruppi sociali spesso dimenticati dalla storia, come i tecnici agrari. Figure fondamentali per capire la modernizzazione novecentesca, essi avevano una profonda consapevolezza di cosa stesse avvenendo nelle campagne, e dei nessi esistenti tra progresso tecnico e problemi sociali. Il loro impiego da parte delle forze governative fu fondamentale per la ricostruzione post-bellica; e svolsero anche una funzione, poco conosciuta, nell’impostare le coordinate dello sviluppo economico innescatosi alla fine degli anni ’50. Sono gli anni dell’intervento dello Stato, dal Piano Ina-Casa alla riforma agraria, alla Cassa per il Mezzogiorno; e dei grandi meridionalisti e degli imprenditori con sensibilità sociale, da Manlio Rossi-Doria ad Adriano Olivetti, a Umberto Zanotti-Bianco, solo per citarne alcuni. Dalla Svimez all’Animi, le diverse organizzazioni meridionalistiche studiano progetti di sviluppo per favorire l’afflusso degli aiuti americani e internazionali (Unrra, Erp, Banca Mondiale), con l’idea che la ricostruzione post-bellica costituisca una fase cruciale nelle traiettorie future del paese.

La modernizzazione dell’agricoltura che si realizza durante gli anni ’50 e ’60 ha tuttavia un’importante peculiarità: essa convive con la molteplicità dei sistemi agricoli territoriali. Le aziende italiane sono per lo più molto più piccole di quelle degli altri paesi europei; e occupano più manodopera. Quello che per moltissimi autori è stato il segno di una modernizzazione incompiuta (alla luce del mito della grande azienda meccanizzata), per Pascale è invece, più semplicemente, il modo attraverso il quale l’agricoltura italiana ha attraversato la modernità nel ‘900. L’agricoltura che non entra nei circuiti dei mercati nazionali o internazionali, ragiona l’A., non svolge funzioni per questo meno importanti: attività come il presidio delle montagne, l’azione contro il dissesto idrogeologico, ma più in generale l’esistenza di economie “miste” (oggi diremmo multifunzionali), sono state largamente disconosciute dalle classi dirigenti del nostro paese, maggiormente attente alle aree di pianura, considerate le uniche suscettive di sviluppo (p. 179).

L’A. ripercorre quindi le tappe principali della storia dell’agricoltura – e non solo – del nostro paese. Durante gli anni ’60, la classe dirigente che pure aveva innescato il cambiamento alla fine degli anni quaranta, non riesce a decifrare le novità di un processo di trasformazione che esse stesse avevano prodotto. Le politiche governative (i due Piani Verdi), la cultura della Dc e quella del Psi, sono incapaci di contrastare le contraddizioni insite nel processo di liberalizzazione commerciale e di integrazione europea (il Mec). Anche le organizzazioni sindacali agricole si trovano in queste strettoie. Durante gli anni ’70, la critica situazione economica dettata dalla svalutazione del dollaro, dalle crisi petrolifere, s’intreccia alla crisi della Federconsorzi e della bilancia agricolo alimentare. La situazione politica, come quella sindacale, è in dinamico cambiamento. Sono soprattutto la Confcoltivatori (con Giuseppe Avolio) e la Confagricoltura a manifestare le maggiori novità: la prima con una forte spinta verso l’unità contadina e il rinnovamento delle categorie di analisi e azione del sindacalismo di sinistra; la seconda con un occhio rivolto all’Europa e alla modernizzazione dell’impresa. La Coldiretti è in questa fase invece in difficoltà, e sono molteplici le spinte per superare gli steccati ideologici della fase centrale della guerra fredda.


La Politica agricola comunitaria (Pac) fa sentire sempre più il proprio peso. I movimenti del ’68 che attraversano pure le campagne ne fanno emergere sempre più le contraddizioni strutturali. Il ministro dell’Agricoltura Giovanni Marcora, alla metà degli anni ’70, ne riconosce pubblicamente le storture. E’ una figura dal forte dinamismo, come riconosce l’A. (pp. 242-244), deciso a incidere sulle relazioni con gli altri partner europei, consapevole allo stesso tempo dell’emergere di questioni extraeconomiche, come quella ambientale e regionale, che molto influiranno sullo sviluppo del settore primario. È un ministro pure interessato a dialogare con tutte le organizzazioni sindacali, promotore della cosiddetta Legge di programmazione “Quadrifoglio”.

In un contesto di trasformazioni sociali (quella che per alcuni è stata definita “La fine dei contadini”) e di difficoltà crescenti dell’agricoltura nei confronti dell’industria e del processo di affermazione delle multinazionali, esplode la crisi della Federconsorzi, e di un “sistema di potere” che aveva caratterizzato quasi tutta la seconda metà del Novecento. L’A., che ha vissuto da protagonista e attento osservatore queste vicende negli anni Novanta, fornisce al lettore preziose indicazioni circa le discussioni e le trattative intorno alla Fedit: dallo scontro tra i sindacati per l’accesso ai consorzi agrari, al suo commissariamento e liquidazione, tuttora discussa. Sono i tratti di una storia difficile, per certi versi ancora insoluta, entro la quale si ridefinisce pure la funzione della Coldiretti.

Morta la Democrazia cristiana con la crisi dei partiti di massa, definitivamente spazzati via da “Tangentopoli”, la Coldiretti assume di fatto, soprattutto dopo il 2000, quella che l’autore definisce una posizione “autarchica”, riecheggiante alcune fasi del fascismo, di difesa acritica del made in Italy, ostile alla ricerca scientifica e all’innovazione. Una politica in altre parole contraria all’idea del multilateralismo che ha invece contraddistinto, tra mille limiti, lo sviluppo economico e sociale successivo alla II guerra mondiale.

Una questione, in particolare, costituisce per l’autore un elemento caratterizzante il nuovo secolo, intorno a cui comprendere molti dei fili intessuti in precedenza, e le loro discontinuità: gli OGM. E’ un punto come noto assai controverso. Molte parti del libro sono attraversate dalla “questione tecnologica”. Un’attenzione particolare è rivolta dall’A. al rapporto tra uomini, risorse e innovazioni tecnologiche, all’ampiezza del sapere tecnico ed esperienziale accumulato nelle campagne riguardante il lavoro dei campi, l’uso delle acque, l’adattamento del territorio, la cura delle piante e degli animali. La tesi principale che egli sostiene è che per fronteggiare i problemi odierni (insicurezza alimentare, cambiamenti climatici, questione energetica, crisi finanziaria), l’agricoltura, nella sua dimensione non solo produttiva ma anche culturale, può svolgere una funzione essenziale a patto, però, che recuperi la sua originaria funzione di generatrice di comunità.

Ma non può farlo senza mantenersi aperta alla ricerca scientifica, anche quella dunque sugli OGM. Ma, come dimostra lo stesso A., l’Italia agricola ha molto spesso assimilato acriticamente tecnologia dall’estero. Perché dunque, proprio alla luce di questa attenta e stimolante ricostruzione storica, non pensare di coniugare la libertà della ricerca con il governo dell’innovazione? E’, con ogni probabilità, una delle sfide del futuro, per ricostruire anche un’idea di comunità nazionale, cui questo libro dà un profondo e originale contributo.

(La recensione è stata pubblicata nel n. 4 -2014 di "QA Rivista dell'Associazione Rossi-Doria")

30 agosto 2014

Co.Pro.N.E.L. a Renzi e Marino: fermate il tentativo di svuotare la Città Metropolitana

Il Co.Pro.N.E.L. (Coordinamento Promotori Nuovi Enti Locali) ha inviato una lettera aperta al Presidente del Consiglio, Matteo Renzi, e al Sindaco di Roma, Ignazio Marino, in merito alla procedura per la costituzione della Citta Metropolitana di Roma Capitale, per chiedere al primo di disciplinare la materia nel rispetto delle norme costituzionali e al secondo di revocare o, almeno, sospendere l’ordinanza con cui illegittimamente sono state indette le elezioni del Consiglio Metropolitano per il 5 ottobre prossimo.

Nella lettera si sollevano forti dubbi sulla regolarità del procedimento adottato, “figlio di una vecchia visione burocratica e politica – si sottolinea - che ha bloccato per un lungo periodo l’istituzione del nuovo ente e non vuole che siano i cittadini ad avere un ruolo attivo“.

La normativa per Roma Capitale e, di conseguenza, per la sua Città Metropolitana – si legge nella missiva - deve essere “speciale”, cioè “autonoma” e “diretta” e “non confondibile con la disciplina che riguarda le altre Città Metropolitane”.

Il Co.Pro.N.E.L. mette in risalto che “la scelta di far coincidere la Città Metropolitana con l’intero territorio della Provincia avrà conseguenze disastrose che ricadranno soprattutto sui cittadini romani in quanto i problemi complessi e specifici che Roma Capitale deve affrontare diventano insolubili in un’area metropolitana troppo ampia e disomogenea”.

“La procedura adottata – rileva inoltre il Co.Pro.N.E.L. – impedisce ai Municipi di svolgere il ruolo primario che ad essi compete perché li esclude dalla partecipazione alla fase costituente della Città Metropolitana”.

Nella lettera si propone, pertanto, che “L’Assemblea capitolina adotti una delibera d’indirizzo con cui, in modo transitorio, si riconoscano i Municipi come zone omogenee dotate di autonomia amministrativa per fare in modo che i Presidenti e i consiglieri municipali partecipino alle elezioni del nuovo organismo”.

L’obiettivo indicato dal Co.Pro.N.E.L. è di puntare nel tempo ad uno Statuto della Città Metropolitana da sottoporre a referendum approvativo e che preveda l’elezione diretta del Sindaco e del Consiglio Metropolitano e una delimitazione territoriale del nuovo ente corrispondente alle sue funzioni”.

“È proprio tale esito che la vecchia politica vuole scongiurare – denuncia il Co.Pro.N.E.L. – per poter trattare sottobanco la scelta di un Vice Sindaco Metropolitano che sia espressione del territorio ‘non capitolino’ a cui affidare il compito di condizionare il Sindaco di Roma Capitale per conto di forti e incalliti gruppi d’interesse politico-economici”.

6 agosto 2014

Alfonso Pascale commenta la vicenda del Lago ex Snia

Occorre produrre un’innovazione sociale per la gestione del Lago ex Snia.

Il vicesindaco di Roma Luigi Nieri ha tentato “in articulo mortis” di scongiurare l’esercizio del diritto di retrocessione da parte della società proprietaria dell’area in cui si trova il Lago ex Snia dopo un decennio di inerzia della pubblica amministrazione.

Sull’efficacia giuridica di quanto sta facendo il Comune di Roma per tutelare l’interesse generale sarà necessario un approfondimento tecnico.

È aperto, invece, il confronto sulle soluzioni da dare ai problemi gestionali dell’intera area parco, in cui oggi sono insediate le attività del Comitato ex Snia, quelle svolte all’interno della Casa del Parco delle Energie e quelle che potranno nascere con la valorizzazione del Lago naturale.

Si confrontano due linee.

La prima è quella tradizionale che punta alla gestione diretta del parco da parte dell’Amministrazione comunale con affidamenti di singole attività ad associazioni locali, mediante bandi pubblici o incarichi diretti.

Una linea che a Roma è stata fallimentare, se si guardano alle esperienze delle aziende agricole pubbliche Castel di Guido e Tenuta del Cavaliere o a quella dell’Ente Roma Natura. E tuttavia ancora trova difensori tra coloro che non intendono innovare il rapporto tra politica e società.

La seconda soluzione è quella di promuovere, mediante un processo partecipativo dal basso, un soggetto gestore del parco, la cui assemblea sia formata da tutti i cittadini residenti del quartiere e i cui amministratori siano eletti democraticamente, sulla base di un confronto sul piano di valorizzazione dell’area.

Con la seconda ipotesi sarà possibile far confluire e valorizzare in un’innovazione sociale le esperienze di autogestione realizzate in questi anni, con l’impegno e la passione di decine e decine di volontari.


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permalink | inviato da lostruscio il 6/8/2014 alle 15:16 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

31 maggio 2014

Alfonso Pascale: Ripensare Berlinguer al di là del mito e della nostalgia

Per chi come me ha fatto il percorso politico, fin dagli anni giovanili, prima nel Pci di Berlinguer e poi partecipando alla svolta e ai successivi esperimenti fino al PD, ripensare la cultura politica e l’azione dell’ultimo vero capo comunista – a trent’anni dalla morte - può essere un esercizio utile per comprendere meglio alcuni problemi politici di oggi.

Ho amato Berlinguer come tanti della mia generazione. L’ho amato per il suo carattere schivo e scabro, puntiglioso senza mai essere arrogante, per il suo modo di presentarsi antico e moderno al tempo stesso, umano, autentico, comunicativo.

È stato un leader carismatico di cui andavamo orgogliosi.

Ricordo la forte emozione che provai al suo funerale dopo la sua fine drammatica durante la campagna elettorale alle europee del 1984. Mi ero appena trasferito a Roma dalla Basilicata per assumere un incarico nazionale nella Confcoltivatori. Con la sua scomparsa si chiudeva una fase turbolenta della vita del paese. E, per molti di noi, anche un capitolo della nostra vita.

Il compromesso storico

Il mio primo impatto con Enrico Berlinguer era avvenuto con la lettura dei tre saggi diRinascita nei quali egli, tra il settembre e l’ottobre del 1973, aveva esposto la strategia del compromesso storico.

Venivo dal mondo cattolico ed ero rimasto affascinato da quella visione politica fortemente ideologica e organicistica, capace di interpretare l’ansia di cambiamento di ampi ceti produttivi. Avevo ritrovato nella casa comunista una sorta di storia sacra – che dovevo rispettare e conoscere - fatta di testi classici, racconti e icone. Una sorta di chiesa che mi aveva reso meno penoso il distacco da quella in cui ero vissuto dall’infanzia.

In quegli articoli, Berlinguer pone ai comunisti di un paese della Nato l’obiettivo del governo e, nello stesso tempo, quello di rimanere nel movimento comunista internazionale. Una proposta contraddittoria che egli giustifica fornendo una descrizione molto pessimistica della crisi.

La situazione del paese è, infatti, molto difficile: svalutazione della lira, caduta del reddito nazionale, restrizione dei consumi, aumento della disoccupazione. La Dc appare sempre più esposta a tentazioni di destra, il Psi è dilaniato da divisioni interne e i terroristi tentano di guidare gli operai e gli studenti individuando nel Pci un nemico non meno importante di quello rappresentato dai partiti di governo.

Nel descrivere questa situazione, Berlinguer parla esplicitamente di crisi di sistema che deriverebbe – a suo avviso – dallo stesso modello di sviluppo del paese, da cui si potrebbe uscire solo con un nuovo modello di sviluppo. Ma per far questo ci vuole il Pci perché è l’unica forza in grado di incanalare le lotte operaie verso obiettivi di riforma complessiva.

Da questa analisi viene fatta derivare la proposta del compromesso storico come strategia di collaborazione tra le grandi forze popolari, che può cambiare l’Italia fino a introdurre nella società “elementi di socialismo”.

Il capo comunista esclude la possibilità che il Pci possa andare al governo da solo. È consapevole che il legame con Mosca, che egli ha fortemente indebolito ma non spezzato del tutto, impedisce la strada del governo nell’ambito di una normale dialettica democratica. È convinto che il Pci può governare soltanto in una posizione subalterna ad un altro partito. Il Psi è da escludere perché i rapporti di forza tra i due partiti di sinistra sono tali che non permettono ai comunisti di subordinarsi ad un soggetto politico più piccolo. E dunque non resta che la Democrazia cristiana come partner principale di una coalizione di governo che lo può vedere dignitosamente partecipe.

Quando lessi i saggi di Rinascita ebbi la sensazione di trovarmi dinanzi non già all’apertura di una nuova fase politica ma all’enunciazione di un disegno teorico ancora lontano dall’attuazione pratica.

Il compromesso storico diventa solo dopo le elezioni regionali del 1975 in cui si registra una grande vittoria del Pci, tanto che si incomincia a parlare di un suo possibile sorpasso sulla Dc. Nelle politiche dell’anno successivo il sorpasso non ci sarà, anzi la Dc recupererà rispetto all’anno precedente, raggiungendo il 38,71 %.

Nonostante ciò, giustamente considerammo il risultato del Pci una vittoria: il 34,37% era e rimase il massimo mai raggiunto dal partito.

Ricordo l’euforia che circolava al comizio che Berlinguer tenne a Potenza, in Piazza Prefettura, all’indomani delle elezioni e in occasione della Festa dell’Unità. Leggendo lentamente, parola per parola, un testo limato fino all’ultimo momento, egli propose alla Dc e alle altre forze democratiche la formazione di un governo di solidarietà nazionale.

Venne così il periodo detto appunto della solidarietà nazionale. Una politica schiacciata dalle difficoltà - accentuate dopo la morte di Moro – e dal drammatico confronto con le Br. Servì a vincere la battaglia frontale contro il terrorismo. Ma in quella battaglia fu sconfitto anche il progetto berlingueriano, perché la sua realizzazione non riuscì ad andare oltre la condizione emergenziale che il paese stava attraversando.

Perché il compromesso storico fallì?

Sicuramente pesarono alcune circostanze particolari: il carattere emergenziale della solidarietà nazionale, le furbizie della Dc, le ingenuità del Pci, la tremenda reazione scatenata dalle Br.

Ma oltre a questi elementi vanno considerati altri due aspetti importanti evidenziati da Claudia Mancina nel suo saggio molto bello “Berlinguer in questione” (Laterza, 2014).

Il primo riguarda la lettura molto pessimistica della situazione fatta da Berlinguer per giustificare la strategia politica. In realtà, non tutto è negativo. Pci e Psi insieme raggiungono il 45 % e coi partiti laici superano il 50%. Un risultato molto promettente raggiunto perché si erano affacciati nuovi ceti sociali che spingevano per un cambiamento nella guida del paese.

Il secondo aspetto da considerare riguarda la distorta concezione comunista della democrazia. La debolezza democratica che Berlinguer vede nel paese non è altro che la debolezza democratica del Pci, cioè la sua idea di democrazia come condizione di partenza per raggiungere il socialismo e la sua concezione del socialismo come inveramento della democrazia.

Il capo del Pci ritiene che si possa governare e introdurre elementi di trasformazione della società solo mediante grandi alleanze organiche, storiche. Non è vero – come recentemente è stato affermato – che Berlinguer fosse per la democrazia dell’alternanza. Il suo è un modello di democrazia di tipo organicistico. Una democrazia protetta dai partiti in modo paternalistico e priva di conflitti. È questo un ultimo residuo del pensiero gramsciano-leninista sulla primazia del partito sulla società civile. Per fare in modo che i partiti possano svolgere la funzione di tutela della democrazia non bisogna ritoccare per nulla la Costituzione. La governabilità è assicurata dalla centralità del Parlamento dove i partiti hanno la possibilità di svolgere fino in fondo il proprio ruolo protettivo delle istituzioni. Proporzionalismo e assemblearismo sono visti come elementi più democratici dei meccanismi maggioritari propri delle democrazie occidentali.

E la Dc che risponde alla proposta di Berlinguer?

Berlinguer aveva trovato in Aldo Moro un interlocutore congeniale e affidabile. Il leader democristiano non intendeva certo rinunciare alla centralità del suo partito, ma vedeva con chiarezza che l’evoluzione della società italiana rendeva necessario aprire uno spazio politico al Pci. Moro puntava sull’accesso dei comunisti al governo con gradualità e il Pci condivideva questa impostazione. Accettava, dunque, condizioni che un partito già incluso in una normale dialettica democratica non avrebbe mai accettato. Il Pci aveva la necessità di essere legittimato per governare e la Dc aveva il potere di legittimarlo.

Per questo motivo Berlinguer entra in un governo che non vede la partecipazione di alcun esponente del suo partito.

Ma questo processo si interrompe con il rapimento e l’uccisione di Moro. Senza di lui le varie anime della Dc si ricompattano intorno ad un comune atteggiamento di non leale collaborazione coi comunisti. E Berlinguer decide di uscire dalla maggioranza con il dissenso di una buona parte del gruppo dirigente.

Nelle elezioni politiche del 1979 il Pci registra una pesante sconfitta. Perde i consensi che erano arrivati tre anni prima perché il compromesso storico è la risposta sbagliata alla domanda politica di quella fase.

Il governo degli onesti

All’indomani del terremoto che colpì la Basilicata e l’Irpinia nel 1980 e sull’onda dell’emozione per lo scandaloso ritardo con cui lo Stato organizzò i soccorsi, Berlinguer abbandonò bruscamente la proposta del compromesso storico per formulare invece quella di un governo “diverso”, composto da capaci e onesti di tutti i partiti, ma che non poteva essere più a guida democristiana.

Un governo a guida comunista?

Questo punto, ovviamente fondamentale, non era chiaro. Il Pci non poteva proporsi perché non aveva la legittimazione per farlo. Manteneva il legame con Mosca e Berlinguer non voleva romperlo definitivamente. Non voleva rinunciare all’identità comunista. La base del partito era stata educata al culto della tradizione, alla consapevolezza di una missione storica, all’orgoglio di partito, al mito della continuità e non aveva gli strumenti per affrontare un’elaborazione e ricostruzione della propria identità senza traumi.

Eppure, quel cambio identitario, già necessario negli anni settanta, diventava sempre più urgente negli anni ottanta per conquistare l’agognata legittimità a governare.

Berlinguer non volle nemmeno provarci e, dunque, si trovò del tutto disarmato dinanzi all’offensiva neoliberista di Reagan e Thatcher, che stava mettendo in difficoltà l’intera sinistra europea.

La società italiana aveva incominciato ad allinearsi, per valori e scelte di vita, alle società occidentali. Il forte investimento nella politica, proprio dell’Italia, si stava attenuando. Le passioni si spostavano dalla politica al privato, ai consumi, alla psicologia; la partecipazione diminuiva; il voto diventava più mobile. Stava finendo la repubblica dei partiti, l’unico ambiente politico che il Pci conosceva e riconosceva.

In tale situazione, l’appello alla diversità costituiva un rifugio rassicurante. La purezza dei diversi veniva preferita alla possibilità di vincere e di incidere davvero sulla realtà.

Ricordo la forte tensione etica che Berlinguer trasmetteva nell’enunciare i caratteri della svolta. Ascoltai un suo comizio nel mio comune terremotato, Tito, la cui amministrazione avevamo appena conquistato. Io ero il capogruppo della maggioranza comunista. E forse proprio quella funzione di governo da assolvere in una situazione straordinaria come quella determinata dal sisma provocò in me – mentre ascoltavo il capo del Pci - la sensazione netta di trovarci in un impasse. Ma non ne soffrii. L’impegno per la gestione dell’emergenza e poi per la ricostruzione dava comunque un forte senso alla politica, indipendentemente dal respiro strategico e dalla credibilità della proposta del partito e della sua effettiva possibilità di concretizzarsi.

La proposta di un governo “diverso” s’inscriveva nella medesima impalcatura strategica del compromesso storico. Per questo conservava l’alone di fascino che piaceva ai militanti. La solidarietà nazionale non era stata la realizzazione del compromesso storico, ma una sua limitata traduzione politica. Ora Berlinguer non poteva non riconoscere che i tempi non erano favorevoli per riproporre l’idea, ma non per questo l’aveva abbandonata. La metteva semplicemente da parte, in attesa di tempi migliori. Alla base della strategia vi erano sempre il profondo pessimismo sulla capacità del capitalismo di uscire dalla crisi e di affrontare gli storici mali della nazione; il “crollismo” e la necessità di fuoriuscire dal capitalismo.

Non a caso la proposta scaturita dalla Direzione che si svolge a Salerno negli ultimi giorni di novembre 1980 è quella dell’alternativa “democratica”, non “di sinistra”. Ma l’alternativa democratica è la stessa proposta avanzata nel 1973. Adesso rappresenta solo l’estremo tentativo di salvare la sostanza del compromesso storico: entrare nell’area di governo senza perdere nulla della propria cultura politica e della propria identità. Un’impresa impossibile a cui Berlinguer ha dedicato interamente la sua vita.

L’austerità

In siffatto quadro di sterilità strategica si collocano due importanti intuizioni di Berlinguer: l’austerità e la questione morale.

L’idea di austerità viene lanciata nel gennaio 1977, in pieno governo delle astensioni, come metafora ricca di significati etici per poter spiegare la necessità di sacrifici. Essa viene presentata come l’occasione per cambiare il modello di sviluppo e introdurre “elementi di socialismo”, come “mezzo di giustizia e di liberazione dell’uomo e di tutte le sue energie oggi mortificate, disperse, sprecate”.

Gli “elementi di socialismo” non sono dunque definiti in termini di politica economica, ma prevalentemente in termini etici: “elevazione dell’uomo nella sua essenza umana e sociale”, antindividualismo, anticonsumismo (“andare oltre l’appagamento di esigenze materiali artificiosamente indotte”, e anche oltre l’attuale modo di soddisfare bisogni essenziali); effettiva liberazione della donna; partecipazione dei lavoratori al controllo dell’economia e dello Stato; redistribuzione internazionale della ricchezza.

L’austerità viene, in sostanza, spiegata come scelta anticapitalistica in quanto conterrebbe stili di vita più umani e sociali che escono dal quadro e dalla logica del capitalismo. Più che un’idea cattolica appare un concetto azionista.

Nell’idea di austerità il tema del consumismo è cruciale. Berlinguer non può negare che la crescita e la diffusione dei consumi sono strettamente connesse alla libertà e alla democrazia. Allora tende a distinguere consumi buoni e consumi cattivi. Ma non esiste un’autorità in grado di giudicarli, né esiste un modo per favorire gli uni e scoraggiare gli altri. Solo uno Stato etico potrebbe adottare strumenti pianificatori autoritari di questo tipo. Mentre è giusto e necessario valutarne le conseguenze e introdurre regole di comportamento. Il consumismo è un problema di cultura e di educazione. Come si può affrontare nell’ambito di politiche economiche?

Collegato al consumismo è l’idea di individualismo. Anche qui: l’individualismo non va contrapposto alla comunità e alle relazioni. Tali elementi possono benissimo convivere. Individualismo significa soltanto questo: che nessun interesse comunitario può imporre il sacrificio della vita, dei diritti e del benessere di una persona.

Per Berlinguer l’individualismo restava una deviazione del capitalismo e i consumi si potevano riscattare solo se non erano individuali, ma collettivi. Per anni il Pci si oppose all’introduzione della tv a colori, considerata un consumo superfluo, un inutile lusso che il paese non poteva permettersi.

La critica radicale alla società contemporanea non ha nulla a che vedere con il marxismo. Eppure il Pci lo abbandona silenziosamente, senza una vera critica dei suoi limiti ed errori, per sostituirlo con vaghe ideologie pacifiste, ambientaliste, antiscientifiche e antitecnologiche. E lo fa con l’intento di avvicinare progressivamente la propria cultura a quella cattolica al fine di favorire il compromesso storico.

La questione morale

Sulla questione morale va detto che Berlinguer coglie un punto importante: il legame tra etica e politica. Due modi di guardare al mondo che sono e devono restare diversi ma irrelati. La politica non può essere insensibile all’etica, anche se necessariamente segue una logica propria. L’etica da parte sua deve comprendere la logica politica e non confondere il proprio ruolo con quello di un tribunale.

Ma per Berlinguer la questione morale non consiste soltanto negli episodi di corruzione, per gravi o numerosi che siano. I ladri ovviamente vanno scoperti e puniti. Ma per lui la vera questione morale “fa tutt’uno con l’occupazione dello Stato da parte dei partiti governativi e delle loro correnti, fa tutt’uno con la guerra per bande, fa tutt’uno con la concezione della politica e con i metodi di governo di costoro”. Si tratta di un giudizio non molto diverso dalla retorica anticasta dei nostri giorni. Tanto che si è potuto dire che con queste affermazioni Berlinguer ha introdotto l’antipolitica nella politica italiana.

Egli pone tale questione per un motivo eminentemente politico: far emergere la funzione salvifica che il Pci attribuiva a se stesso e che era alla base del compromesso storico.

L’eredità di Berlinguer

Ebbene, l’eredità di Berlinguer ha fortemente condizionato il postcomunismo. L’idea della diversità dei comunisti, sia nei confronti dei partiti del sistema politico italiano, sia degli altri partiti comunisti, è stato un comodo alibi per non mettere in discussione la propria identità anche dopo il cambiamento del nome. Così anche il concetto di rinnovamento nella continuità, tipica delle chiese.

L’idea che la sinistra non possa governare con il 51 % è stata adottata da D’Alema nell’indicare Prodi come candidato premier, ma le tensioni che ne sono derivate non hanno condotto rapidamente alla costituzione del partito democratico.

La questione morale, che, dopo il ciclone di Tangentopoli non poteva non cambiare aspetto, è di fatto diventata un comodo surrogato dell’iniziativa politica, senza cogliere la necessità di intervenire sui nodi istituzionali come la definizione giuridica dei partiti, le forme del finanziamento pubblico, i regolamenti parlamentari, ecc.

La polemica contro il consumismo e la modernità ha fatto credere ai postcomunisti che l’idea marxiana della critica al capitalismo potesse proseguire mutuando temi ecologisti e noglobal e rincorrendo saperi nostalgici.

Infine, l’intoccabilità della Costituzione ha continuato ad essere ritenuta come percorso obbligato per non sfigurare la democrazia. Un tabù a cui restare fedeli anche a costo di rinunciare a un miglior funzionamento della nostra democrazia.

Nel Pd l’eredità berlingueriana è ancora visibile e potrebbe ancora provocare danni soprattutto dopo il successo conseguito alle ultime elezioni politiche. L’idea della diversità potrebbe riemergere per connotare una nuova fase di autoreferenzialità e di isolamento e il ruolo salvifico del partito potrebbe tornare in auge a giustificare la rinuncia a fare le necessarie riforme istituzionali.

Fare i conti con Berlinguer è un atto d’amore verso la nostra storia e un modo per guardare avanti senza ripetere gli stessi errori.




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4 novembre 2013

Alfonso Pascale recensisce "L'equivoco del Sud" di Carlo Borgomeo

L’equivoco del Sud di Carlo Borgomeo (Laterza 2013) è un buon libro perché ci fa capire quello che non ha funzionato e continua a non funzionare nel Mezzogiorno. Sostiene una tesi che mi sento di condividere: per avviare, consolidare e qualificare percorsi di sviluppo auto-propulsivo è necessario che le comunità locali abbiano un sufficiente livello di coesione sociale. Insomma, il consolidamento dei legami comunitari sono una premessa, non un effetto dello sviluppo. E’ la debolezza del capitale sociale a condizionare lo sviluppo. E’ lo scaricare da parte di noi meridionali le responsabilità sempre sugli altri e l’abitudine a non prenderci mai le nostre che rende il Sud incapace di guardare al futuro. Solo la crescita di una nuova società civile può far evolvere positivamente le istituzioni e il mercato. E’ dunque dalla comunità - che si dà regole condivise e le rispetta perché le sente proprie – che si può e si deve ripartire.

Se si riparte dalla costruzione delle comunità si può finanche aprire una seria riflessione sul federalismo e guardare con maggiore coraggio al ruolo che il Sud può giocare nel Mediterraneo. Ma bisogna riprendere l’idea federalista di Cattaneo che concepiva l’autonomia come interdipendenza. Rilanciare il concetto di economia civile che Antonio Genovesi contrapponeva all’economia politica di Adam Smith. E fare nostra la lezione del grande storico Fernand Braudel di un Mediterraneo che sviluppa scambi culturali ancor prima di quelli commerciali e mutua saperi scientifici ed esperienziali in una logica di reciproca integrazione e contaminazione.

Per Borgomeo la coesione sociale non è qualcosa che si colloca in una dimensione etico-solidaristica. Ma attiene a contenuti concreti che vanno verso una più coerente offerta politica.

L’autore elenca una serie molto articolata di ambiti di intervento che sostanzia la coesione sociale: da quello del capitale umano e quindi dell’educazione a quello riguardante gli investimenti in ricerca e istruzione. E molti altri. Senza sottovalutare – devo annotare con piacere - quello del welfare produttivo che combina erogazione di servizi sociali qualificati e creazione di economie civili. In tale ambito possono svolgere una funzione essenziale nel promuovere legami comunitari anche le agricolture che tornano, in forme moderne, a generare beni relazionali e valori di reciprocità e mutuo aiuto.

La parte del volume che ho trovato di maggiore interesse è però quella in cui viene fatto un bilancio politico sull’intervento pubblico per il Sud partendo dall’istituzione della Cassa per il Mezzogiorno e dalla prima fase della sua operatività.

Il giudizio dell’autore è articolato. Positiva è la fase iniziale della riforma fondiaria e dell’intervento straordinario. Le opere infrastrutturali, quelle di bonifica e gli interventi di riforma agraria predispongono nel giro di pochissimi anni le condizioni per avviare uno sviluppo autopropulsivo del Sud. Ma esso si sarebbe dovuto accompagnare con un’azione lenta e complessa sul capitale umano. Molti operatori di comunità, infatti, si mettono in moto, da Danilo Dolci ad Adriano Olivetti, da Giorgio Ceriani Sebregondi a Manlio Rossi-Doria, da Umberto Zanotti-Bianco ad Angela Zucconi. Ma invece di perseguire questo obiettivo si sceglie frettolosamente un’altra prospettiva: puntare su una forte – e rapida – industrializzazione guidata dall’alto. E su questa linea – che ebbe in Pasquale Saraceno il più grande e lucido interprete – il giudizio dell’autore è nettamente negativo.

Borgomeo afferma senza mezzi termini che fino a quando tutte le forze politiche e sociali non riconosceranno in modo inequivocabile questo errore di fondo non sarà possibile correggere la rotta. Un errore che rimane come un retropensiero duro a morire, una sorta di maledizione che avvolge ogni volta qualsiasi tipologia di intervento per il Sud.

L’autore sostiene in modo convincente che lo sbaglio non riguardò solo le forze di governo, che evidentemente ebbero le maggiori responsabilità, ma anche quelle di opposizione. Il Pci fece propria la scelta di promuovere una intensa e veloce industrializzazione per due motivi: il primo è condiviso con la Dc e con le altre forse di governo e attiene all’urgenza di contenere il dramma dell’emigrazione di massa verso il triangolo industriale; il secondo è più specificamente politico e riguarda la mitizzazione di una classe operaia meridionale intesa come elemento decisivo per far crescere i livelli di democrazia tra le popolazioni.

Insomma per motivazioni solo in parte diverse si volle quasi unanimemente forzare la crescita senza una visione complessiva dello sviluppo. Ma fu un fallimento. Totale. E l’autore analizza una per una le motivazioni addotte dai maggiori protagonisti per dimostrare – dati alla mano - che nessuna delle esigenze considerate furono soddisfatte. L’occupazione non aumentò ma diminuì. Le grandi industrie non furono per nulla in grado di contaminare in senso imprenditoriale il territorio. Anzi la loro dimensione, la loro portanza, la loro capacità di assicurare (e spesso solo promettere) “posti stabili” finì per scoraggiare i percorsi imprenditoriali minuti. E infine la creazione di fattori esterni richiesti dall’impianto di un grande stabilimento in pochissimi punti ben delineati non solo non si rivelò più agevole che creare, per una parte estesa dell’area meridionale, e quindi in modo diffuso, condizioni propizie allo sviluppo economico, ma si trattò di una prospettiva del tutto campata in aria.

L’errore di fondo non riguarda, tuttavia, solo la dimensione o l’articolazione dell’intervento ma ha a che vedere con il percorso che lo caratterizza. Anche successivamente, negli anni Ottanta e Novanta, l’intervento pubblico per il Sud – connotato da azioni più attente alle piccole dimensioni e alle specificità territoriali - non ha prodotto risultati positivi. E dunque non ha senso – sostiene persuasivamente l’autore - dividersi tra quanti vogliono pochi e grandi interventi e quanti prospettano tanti piccoli interventi “attenti al territorio”.

La vera distinzione – scrive Borgomeo - è tra quanti pensano che le politiche di sviluppo si fanno investendo sulla domanda, mestiere faticoso e necessariamente “lento”, e quanti pensano che tutto si gioca sul versante dell’offerta.

Nei processi di sviluppo in cui vince la logica dell’offerta, cioè quella che ci impone di diventare semplici destinatari o incettatori di finanziamenti pubblici, non produce alcun risultato. Occorre, dunque, ripartire dalla domanda. E qui l’autore ricorda alcune esperienze che lo hanno visto in prima linea come responsabile delle misure per l’imprenditorialità giovanile e poi del prestito d’onore. In tale veste e in collaborazione con il sociologo Aldo Bonomi, ha promosso per sei anni il programma Missioni di sviluppo, con 54 punti territoriali e 712 idee progettuali trasformatesi in realtà imprenditoriali. E tale esperienza anticipa quella dei Patti territoriali promossi dal Cnel presieduto da De Rita.

E’ noto che la pratica dei Patti territoriali si è rivelata un fallimento. E sicuramente ci sono stati difetti di conduzione e tradimenti dello spirito iniziale, che era fortemente innovativo e sperimentale. Ma Borgomeo avanza anche un’altra ipotesi che mi pare fondata. Egli riconduce la sconfitta dei Patti territoriali a motivazioni squisitamente politiche: “il meccanismo aveva messo in moto, e rischiava di mettere sempre più in moto, spinte non facilmente governabili, incontrollabili e da un certo punto di vista eversive. Chi aveva in quella fase la maggiore responsabilità in materia, a livello politico e istituzionale, preferì non rischiare nuove mediazioni, nuove sintesi, nuovi percorsi”.

E’ così che si chiude la parentesi della progettazione “dal basso” e si torna di nuovo alla logica tranquillizzante dell’offerta con la cosiddetta “Nuova Programmazione”. E il Sud perde una grande occasione per migliorare la propria condizione.

Solo se si rimette al centro la domanda e si lavora sulla coesione sociale – è questo il succo del libro - si potrà riprendere il percorso che si era smarrito e che ci può ricondurre verso uno sviluppo possibile.

3 novembre 2013

Intervento di Maurizio Di Mario in occasione della presentazione di Radici & Gemme tenutasi a Fondi il 25 ottobre 2013

Radici & Gemme è la riscrittura di un intero pezzo di storia italica, dal Risorgimento fino ai nostri giorni. Un pezzo di storia, come già molto bene evidenziato da Franco Ferrarotti nella sua prefazione al volume, riscritto però sotto una luce nuova, “altamente originale”, rispetto alla tradizionale storiografia.

L’originalità del lavoro di Alfonso Pascale risiede infatti nel ribaltamento del punto di vista geografico da cui sono ripercorse le vicende storiche; ossia guardando “dall’esterno”, dalla campagna e dal mondo agricolo e rurale, a differenza di quello più consueto di marca urbano-industriale.

L’originalità del lavoro sta però, soprattutto, nell’aver assunto il territorio come protagonista assoluto della storia; il territorio interpretato non più soltanto come il sostrato fisico degli avvenimenti, ma piuttosto quale spazio materiale e immateriale esito del millenario intreccio di usi e relazioni umane; inteso cioè come il paradigma stesso dell’inestricabile ed indissolubile rapporto natura-uomo.

Il diverso punto di vista e il nuovo protagonista della narrazione storica proposta non sono tuttavia escludenti. In Radici & Gemme, infatti, la lettura olistica dei fenomeni e delle vicende - spaziando dall’agronomia all’urbanistica, dalla politica all’economia, dalla sociologia alla letteratura, dall’ecologia alla tecnologia, dalla genetica alla medicina, fino alle scienze che si occupano dei comportamenti degli animali - ci restituisce un quadro storico dei periodi trattati più ricco e più complesso di quanto finora tramandato.

Un altro requisito fondamentale di Radici & Gemme è la narrazione delle idee – e delle persone che le hanno incarnate – che nel processo storico - benché abbiano concorso a costruire la spina dorsale stessa del nostro “Bel Paese” – sono risultate sconfitte.

Si tratta di tutte quelle idee - sconfitte sì, ma non ancora vinte - che guardavano al territorio e ai suoi abitanti nella loro integralità, senza steccati culturali o funzionali tra città e campagna, tra industria ed agricoltura, tra mondo operaio e mondo contadino. Ossia a tutte quelle idee che rimandavano al concetto di “comunità”.

È un lungo filo rosso quello che lega in Radici & Gemme figure come Carlo Cattaneo, Stefano Jacini, Adriano Olivetti, Carlo Levi, Manlio Rossi Doria, Danilo Dolci, Umberto Zanotti Bianco, Ruggero Grieco, Emilio Sereni, Rocco Scotellaro, Giuseppe Avolio e molte altre; un filo rosso che si dispiega ininterrotto nel tempo della rivoluzione industriale, del socialismo utopico, del risorgimento italiano, delle crisi tra le due guerre mondiali, del dopoguerra, del ’68 fino ai nostri giorni.

Emblematiche in tal senso sono le pagine dedicate all’esperienza urbanistica di Adriano Olivetti - dal Piano della Valle d’Aosta ai progetti per il Canavese e per Matera – o alle teorizzazioni della “progettazione integrata zonale”, o del recupero del demanio agro-silvo-pastorale montano scaturite dalla Scuola Agraria di Portici sotto la guida di Manlio Rossi Doria.

Oggigiorno, nel tempo della cosiddetta globalizzazione, quando per ciclicità – o forse nemesi – storica si stanno riproducendo fenomeni già vissuti - dall’abbandono delle montagne con conseguente dissesto idrogeologico al riversamento nelle pianure e nelle gronde di fondovalle di milioni di persone che si spostano in fuga dalle città e dalle lande più povere e desolate dell’Italia e del mondo intero; dalla dismissione inesorabile delle attività agricole per effetto delle oscillazioni del mercato planetario alla devastazione dei paesaggi metropolitani; dagli enormi problemi sociali alla crisi energetica fino agli inquietanti scenari di una civiltà post-carbon -, la storia riscritta da Alfonso Pascale getta una luce malinconica e sinistra sulle tante occasioni perdute come sull’ignoranza e la miopia della nostra attuale classe politica e dirigente.

Difatti, le impostazioni olivettiane sono rimaste una chimera, mentre la “progettazione integrata zonale” è ancora sepolta al tempo delle sperimentazioni della Scuola di Portici. E oggi, nonostante a quei criteri e a quegli strumenti di governo del territorio spinga anche l’Unione Europea con la rimodulazione in corso degli obiettivi del finanziamento comunitario per le politiche agricole, infrastrutturali, sociali e di innovazione tecnologica, le esperienze di “progettazione integrata territoriale” che si stanno sviluppando anche alle nostre italiche latitudini faticano invece a farsi spazio, mortificando così anche quel potenziale che in queste stesse esperienze risiede per orientare quelle riforme a carattere multidisciplinare di cui la vigente programmazione e legislazione urbanistica, di tutela ambientale e paesaggistica, per lo sviluppo economico-sociale e delle reti di welfare tout court avrebbe urgentissimo bisogno.

Purtroppo, il recente varo da parte del Governo del Disegno di legge presentato dal Ministro delle Politiche Agricole Nunzia De Girolamo, dal titolo Contenimento del consumo del suolo e riuso del suolo edificato, dimostra il grave ritardo culturale che si sta ancora scontando nell’affrontare i problemi del nostro tempo.

In barba agli obiettivi dichiarati, questa proposta legislativa - che riassume in sé il comune denominatore “urbanocentrico” anche delle precedenti proposte del Ministro Mario Catania al tempo del Governo Monti, nonché di quelle n. 70/2013 e n. 1050/2013 presentate nella odierna legislatura, rispettivamente, dal Partito Democratico e dal Movimento 5 Stelle – conferma infatti l’approccio completamente separato tra spazi rurali e spazi urbani, dove i primi vengono cristallizzati e paralizzati mediante la reiterazione di prassi burocratico-vincolistiche nonché condannati al ruolo di “ambiti di riserva” da conservare per una “consumazione” edificatoria differita nel tempo, mentre i secondi restano l’unico e incontrastato dominus dell’attenzione legislativa, densi come sono di interessi in gioco, vuoi per la loro “espansione” vuoi per la loro “densificazione”, comunque da gestire.

A fronte di questo ennesimo desolante (perché rapinoso o semplicemente ottuso) trionfo della visione “urbanocentrica”, penso che il lavoro di Alfonso Pascale abbia i requisiti per poter scuotere le intelligenze e rianimare un dibattito da troppo tempo mortificato.

Ecco perché mi auguro che Radici & Gemme consegua non solo il successo editoriale che merita, ma, soprattutto, che possa divenire uno dei punti di riferimento, un faro, teorico e pratico insieme, per la rinascita culturale e politica che da troppo tempo attendiamo.

15 ottobre 2013

Roberto Finuola recensisce "Radici & Gemme" di Alfonso Pascale

Il ponderoso volume di Alfonso Pascale intitolato "Radici & Gemme" costituisce un suggestivo e rigoroso affresco dell’evoluzione della società civile - nelle campagne italiane dall’Unità ad oggi - nel quale il rigore scientifico della narrazione si unisce ad una, non sempre comune, capacità di descrizione pittorica degli avvenimenti in grado di rendere vive e vicine al lettore le dinamiche descritte.

Il grande mosaico che ne deriva fa scomparire nel lettore il luogo comune dell’agricoltura come settore arretrato, luogo di povertà e di sottosviluppo, e gli lascia al contrario, alla fine della lettura, la vivida sensazione di una vitalità del contesto rurale che ha radici lontane con esperienze di eccellenza in ogni periodo (le “radici” e le “gemme” del titolo), vitalità che non si è mai sopita anche nei periodi più difficili e che oggi, finalmente, riemerge con la riscoperta dei valori della campagna che ha nel nostro Paese caratteri tanto peculiari quanto unici in termini di ricchezza e di diversità.
L’aspetto certamente più caratterizzante del lavoro è quello di offrire una visione multidimensionale dei fenomeni descritti: di ciascun periodo storico vengono contestualmente esaminati gli aspetti economici, quelli sociali, quelli sociologici, quelli politici, quelli storici,…. evidenziandone in ogni occasione le interrelazioni e le interdipendenze. Questa capacità di cogliere i vari aspetti della storia agricola e di analizzarli sotto diverse angolazioni nel medesimo tempo e senza perdere l’unitarietà della narrazione, trae certamente origine dalla storia stessa dell’Autore che proviene, lui medesimo, da quel mondo rurale che tanto sapientemente descrive e che al mondo contadino ha dedicato tutta la sua vita come dirigente sindacale prima e come acuto studioso poi.

Ne consegue una visione a tutto tondo della evoluzione della società civile delle campagne che caratterizza l’opera e ne fa un unicum nel panorama delle analisi storiche, sociologiche ed economiche dell’agricoltura italiana. Economisti agrari, sociologi, storici, studiosi della politica troveranno infatti nel volume un indubbio arricchimento delle loro specifiche conoscenze con in più la possibilità di leggere la storia agricola nazionale anche sotto altri punti di vista spesso obliterati da quelle logiche di analisi parcellizzata troppo spesso presenti nell’Accademia.

In più, l’Autore, attraverso una rigorosa e documentata analisi della storia dell’agricoltura italiana nei diversi periodi esaminati, (dall’Unità alla prima guerra mondiale, dal primo dopoguerra al fascismo ed alla II guerra mondiale, dal secondo dopoguerra alle crisi degli anni ’70, dalle vicende della prima e della seconda Repubblica ad oggi), offre più di uno spunto originale per una reinterpretazione di tali vicende in grado di superare visioni stereotipate, come ad esempio nel caso delle presunte “arretratezze” della nostra agricoltura che hanno caratterizzato tanti lavori di ricerca anche recenti, o come nel caso delle analisi relative agli squilibri territoriali.

Dall’analisi di Pascale emerge, infatti, chiaramente come quelli che venivano un tempo definiti elementi di debolezza dell’agricoltura italiana (forte presenza di piccole aziende basate spesso sull’autoconsumo e/o part-time, bassa meccanizzazione con l’utilizzo di tecniche di coltivazione tradizionali,...) costituiscono invece oggi il presupposto dell’attuale fase di rivalorizzazione e di ritorno di molti giovani all’agricoltura.
I guasti ambientali e le ricadute sulla qualità degli alimenti dovuti a orientamenti produttivistici estremi stimolati in un primo tempo dalla stessa UE, nonché la crescita della consapevolezza della società civile non rurale circa i costi di una tale agricoltura, hanno infatti per converso portato a rivalorizzare quell’agricoltura tradizionale non inquinante, largamente diversificata e fortemente radicata nel territorio che in passato veniva additata come arretrata. L’analisi storica di Pascale ci porta così, passo dopo passo, a scoprire quei pionieri che in tutte le epoche e un po’ dovunque nel territorio - e fortemente anche nel Mezzogiorno - si sono fatti paladini e conservatori di quelle metodiche e di quelle tradizioni rurali che oggi tanto vengono vantate dai più.

Altrettanto stimolante è la disamina del periodo immediatamente successivo all’Unità d’Italia nel quale molte verità storiche, finora lette alla luce della visione dei vincitori, vengono portate alla ribalta minando fortemente il mito del Nord progressista ed illuminato contrapposto al buio ed alla arretratezza borbonica. Ne sono esempi l’uso collettivo delle terre nel Regno delle Due Sicilie e le opere di bonifica nell’Appennino meridionale realizzate dal Regno Borbonico. Ne è esempio l’interessate rilettura che l’Autore fa della prima guerra civile nazionale (la cosiddetta “lotta al brigantaggio”) vista nel volume essenzialmente come reazione del mondo contadino totalmente escluso dalle dismissioni delle terre demaniali e dell’asse ecclesiastico.

Un discorso a parte merita la ricostruzione della storia della rappresentanza sindacale del mondo agricolo che vanta tradizioni elevatissime. Mosso certamente dalla propria storia personale di dirigente di un’organizzazione agricola, l’Autore fa rivivere i grandi personaggi del sindacalismo ricordando con motivato orgoglio che proprio nel mondo agricolo nasce, ai primi del Novecento, la prima organizzazione di rappresentanza sociale con la Federazione nazionale dei lavoratori della terra (Federterra, 1901).

Si stagliano quindi nella ricostruzione di Pascale le grandi figure che, nelle loro grandezze e nelle loro contraddizioni, hanno popolato le campagne a partire da quella Argentina Altobelli che, nel 1905 viene eletta segretaria nazionale di Federterra a testimonianza del ruolo primario che le donne hanno rivestito da sempre nel settore primario e che le vede ancora oggi in primo piano nel presente “ritorno alla terra”.

Un altro merito del volume è, infine, quello di non limitarsi ad una analisi storica, ancorché ampiamente documentata e largamente innovativa nell’approccio, bensì di tentare un aggancio con le attuali dinamiche facendo intravvedere possibili futuri sviluppi per un mondo rurale che può e deve porsi nuovi traguardi globali per una alimentazione equamente distribuita e sicura, per il superamento della dicotomia fra città e campagne, per un nuovo possibile sistema di welfare basato sui tradizionali valori contadini della mutua assistenza e della reciprocità.

Le problematiche relative al cibo ed alla sicurezza alimentare, alle contraddizioni dello sviluppo agricolo capace di raggiungere elevati valori produttivi troppo spesso a scapito dell’ambiente e della qualità della vita, al difficile rapporto fra città e campagne con la prima che finisce per depauperare la seconda attraendone gli abitanti e riducendo gli spazi verdi con la cementificazione, portano a recuperare modelli antichi che per fortuna il mondo rurale non ha mai totalmente perso.

Così vengono valorizzate quelle che Pascale chiama le “reti della consapevolezza”, che, intorno ai temi del cibo, della solidarietà e dell’accoglienza, si organizzano silenziosamente mettendo in discussione i vecchi modelli dando vita ad una nuova società civile di cui sono espressione, ad esempio, quelle fattorie sociali in grado di offrire servizi ed assistenza a soggetti deboli (disabili, anziani, …) cui il tradizionale sistema di welfare non sembra più in grado di offrire i servizi necessari.
Significativamente il volume si conclude con una domanda: “ci sarà un futuro per l’agricoltura?” A questa domanda Pascale risponde che spontaneamente si sono delineate tre prospettive (“traiettorie”) di sviluppo, apparentemente contraddittorie fra loro ma in realtà complementari: l’agricoltura industrializzata che adegua continuamente la crescita della dimensione di scala e adotta strategie di sostenibilità per sopravvivere; l’agricoltura multifunzionale che realizza economie di scopo e crea nuovi mercati; l’agricoltura che disattiva la funzione produttiva per privilegiare altre attività (creazione di energia, fornitura di servizi sociali, ambientali, ricreativi,…).

Oggi “in maniera suicida” queste tre agricolture sono viste in contrapposizione fra loro mentre, secondo L’Autore, potrebbero convivere se si esaltassero i rispettivi aspetti positivi a scapito di quelli negativi, alimentando le loro interconnessioni al fine di accrescere la coesione sociale e superando gli interessi egoistici che, almeno in Italia, hanno quasi sempre guidato il settore.

Il volume si chiude quindi con un appello a “quegli elementi tipici del mondo contadino che appartengono al Dna della nostra società ma che sono da tempo latenti”: legami sociali, conoscenza, fraternità civile, solidarietà,… valori che sentiamo di condividere e che, dopo la lettura del saggio di Pascale, sentiamo di conoscere meglio in vista di una loro realizzazione.

(Tratto da "SPECIALE CULTURA" dell'Agenzia quotidiana "agra press" 15 ottobre 2013)

8 ottobre 2013

Franco Paolinelli: DAI CONTADINI AGLI ORTISTI URBANI

La scala dei processi e dei cambiamenti economico-sociali e la loro velocità sono, oggi, tali da ampliare enormemente la visione necessaria a fare scelte, siano esse quelle dei politici, degli imprenditori, degli scienziati, o quelle del quotidiano di ognuno di noi.


Il libro “Radici & Gemme” di Alfonso Pascale ha, nel suo specifico, questa vastità. Abbraccia, infatti, la storia socio – economica dell’agricoltura italiana, nel suo percorso evolutivo dal’Unità d’Italia ad oggi.

Si può, in un’estrema sintesi, dire che il libro narri la fase cruciale e centrale del percorso che ha portato le comunità italiane dal vivere nelle campagne all’ammassarsi nelle città, come, peraltro, è successo in tutti i paesi sviluppati.

Traccia, quindi, il passaggio dalle lotte dei contadini per la terra, al superamento della centralità del primario nell’economia, quindi all’abbandono della terra stessa, per arrivare poi alla nostalgia per il mondo rurale ed alla sua evoluzione verso il terziario turistico e socio-terapeutico.


Oggi, infatti, nelle nostre campagne, ormai per lo più peri-urbane, alle poche imprese di produzione alimentare, si associa un mondo complesso legato ai servizi che la ruralità può offrire, incluso il teatro di se stessa.


Se le prime, legate al mercato dei prodotti ed integrate nelle filiere di riferimento, frutto di un pluridecennale percorso di liberazione socio-economica e culturale, ben poco hanno, ormai, di “contadino”, le seconde, paradossalmente, ne conservano il valore simbolico, avendone, però, perduto la rilevanza come fonte di produzione primaria.


Si basa su questo valore, infatti, la realizzazione di servizi che ha luogo negli agriturismi, nelle fattorie sociali e didattiche, negli orti sociali e terapeutici….


Ma, a ben vedere, nasce da questo valore anche la spesa che ha luogo nelle micro aziende agricole, quelle nate dalla riscoperta della campagna o quelle conservate dai nonni, insieme che sfuma, senza soluzione di continuità nel vastissimo mondo delle case in campagna. Vi si fruisce, infatti, dell’atmosfera rurale e si spende, e tanto, per poterlo fare.


Paradossalmente, è, quindi, in questo secondo ambito, più che nel primo, che persistono, più di quanto non si possa immaginare, le forme ed i comportamenti del mondo “contadino”.


Infatti, sia chi ha conservato, sia chi ha ricomprato, affida, ai pochi metri quadri di terra accanto al paese, alla rappresentazione della ruralità, la propria identità, la ricerca di “radici”, elemento simbolico che la metropoli oggi non riesce più a dare.


L’evoluzione dell’idea di ”imprenditore agricolo” e le tappe del percorso di liberazione dalle tante tutele onerose che gravavano sul mondo rurale sono ottimamente tracciate, ma la riflessione, con buona pace di chi ancora non vuole né vedere, né crescere, non si ferma.


Apre, infatti, con l’allargarsi dell’obbiettivo, al presente ed al futuro. Vede, quindi, come l’agricoltura possa e debba andare ancora oltre, diventando, in un’ottica globale, nuovamente centrale, per la qualità della vita, per la sicurezza alimentare globale, per l’ambiente. Suscita, quindi, la domanda: l’agro-teatro di questi anni sarà forse l’humus della rinascita agricola?


Il volume così diventa, o dovrebbe diventare, strumento di riflessione per tutti coloro che possono contribuire all’evoluzione dell’economia del territorio, che siano nella politica, nell’amministrazione, nell’assistenza tecnica, nella formazione, nella ricerca o nelle imprese.


Perché abbiano il coraggio di capire la scala delle trasformazioni in atto, quindi di accettare ed affrontare la realtà di un settore che non può più contare sull’assistenzialismo e deve riscoprire il proprio ruolo economico, culturale e sociale e gli spazi d’impresa che questo determina.


Perché abbiano il senso di responsabilità globale necessario a rinunciare ai loro piccoli o grandi snodi di potere, ai loro potenziali di veto, che finora hanno venduto caro. Cosicché il settore possa, con le semplificazioni di cui ha bisogno, alzarsi in volo e conquistare la sua nuova, possibile, dignità, assumendo in pieno il proprio ruolo, primario e terziario.


Ne raccomando, peraltro, la lettura a quei tanti ragazzi che, motivati, per lo più, da sogni, si iscrivono alle Facoltà d’Agraria. Perché li possa aiutare a conservare e rafforzare la loro “mission”, ma con la consapevolezza della complessità del settore e della sua storia. Perché, quindi, possano, nei loro studi, puntare agli spazi reali che la trasformazione apre, oltre il replicarsi di cattedre e sgabelli inutili.


Per le stesse ragioni spero che il volume arrivi tra le mani di quegl’altri ragazzi, per lo più di città che, di nuovo, sognano il “ritorno alla terra”, ma lo vivono nei vuoti della metropoli stessa. Perché non siano ingenui e sognatori, com’è stata gran parte dei loro genitori o nonni del tempo delle cooperative e delle comuni, ma non perdano neanche la loro freschezza, eventualmente trascinati ed invischiati da chi promette spartizioni per il solo obbiettivo di avere un piedistallo ed una corte.


Franco Paolinelli, presidente Ass. Cult. Silvicultura Agrocultura Paesaggio



Alfonso Pascale, "Radici & Gemme. La società civile delle campagne", Cavinato Editore International, 2013, pp. 360, Euro 20

28 settembre 2013

Mario Campli: l'agricoltura non è un mondo a parte. A proposito di un libro di Alfonso Pascale


Mi auguro che questo libro possa dare un piccolo contributo a chiunque voglia guardare al futuro con più consapevolezza, continuando a coltivare ragionevoli speranze”.


Così conclude, Alfonso Pascale, la Introduzione al suo Radici & Gemme.


Il libro di Alfonso Pascale, può essere letto da tanti lettori (ed io me lo auguro fortemente) e con diversi approcci e aspettative: per farsi una conoscenza di massima,  e nello stesso tempo accurata, della partecipazione (o del coinvolgimento) del cosiddetto “mondo agricolo” (economia e società, persone e sviluppi storici, tecnologici e politici) alla storia e alla vita di questo paese; per ricostruire, attraverso la lettura dell’evoluzione delle dinamiche  sociali, economiche, politiche,  il percorso della progressiva contaminazione di un “settore” della economia e della società (una volta, definito “primario”; quando l’industria veniva definita “secondario” e tutto  il resto, “terziario”)  che da “autonomo”, via via, si è ritrovato interconnesso e contaminato a tutti i livelli. Oppure ci si può accostare al bel volume di Pascale per amore della terra e/o  per stanchezza del vivere nei tessuti urbani; per “saperne di più”; ecc. ecc.


Io (che di questa realtà ne ho una qualche consapevolezza per la compartecipazione alla vita, ad una famiglia e alle attività agricole nella mia tenera età e successivamente per la lunga professione di dirigente nelle organizzazioni di rappresentanza in Italia e nella Unione Europea) prediligo il secondo approccio.

Di più: credo che il valore, oggi,  di questa importante  fatica  di Alfonso Pascale  stia proprio nel prendere per mano il lettore (soprattutto i giovani e, in generale, i contemporanei) e fargli scoprire che quel mondo non è un mondo a parte. E, in un certo senso, non lo è mai stato.

Quello di pensare  l’agricoltura, il rurale, le campagne, gli agricoltori, un “mondo a parte”  (a volte con distacco altezzoso – tempo fa, altre volte con appassionata “amorevolezza” - di recente) è una manifestazione di inadeguatezza culturale e/o di ritornante fuga dall’esigenza di governo della complessità di una società.  Soprattutto ora, nel mezzo di una globalizzazione contraddittoria e non governata, ma reale e non aggirabile.

Faccio di questa lettura la più urgente lettura, non solo perché “oggi tutti i prodotti che troviamo sia al mercato sia sui banchi di un supermercato, negli orti come nelle colture intensive, sono ottenuti dall’ innovazione. Questo vuol dire che necessitano delle competenze di agronomi, patologi, entomologi….Senza scambio di sapere non si ottiene nulla”  (come ben afferma un altro Pascale, Antonio, nel suo: Pane e Pace - il cibo, il progresso, il sapere nostalgico, Chiarelettere editore, 2012).

 

Considero, questo,  il contributo più significativo del lavoro di Alfonso Pascale, in quanto proprio oggi  “nostalgici ritorni” – indotti  da normalissime  esigenze di sanità e qualità degli alimenti, certe, sicure e controllate,  spesso confondono le menti di tanti cittadini e cittadine. Spingendoli a pensare e dire: “una volta non era così”, “una volta tutto era genuino e sano”. Non è vero.


Il lavoro di Pascale  (anche con  l’ausilio della ottima “Guida bibliografica”, che – lo ricordo ai lettori – sostituisce la cosiddetta bibliografia;  è uno stile  diplomatico dell’autore per dirci:  alla base di questa, inevitabilmente veloce, galoppata ci sono a disposizione studi e ricerche puntuali per approfondire) ci dimostra che anche quando la separatezza del mondo/settore agricolo sembrava  “indiscutibile”, essa era espressione non del settore/mondo in quanto tale, ma di un assetto della società complessiva, pensata e governata (e perciò, vissuta) come “mondi” separati. I conflitti sociali e la organizzazione del potere, infatti, si incaricavano di collegare  e tenere in ordine mondi che apparivano distanti o separati. C’erano  anche “agenzie speciali” (ad esempio, ma non solo, la religione e le chiese) che si incaricavano della omogeneizzazione dell’ordine e del sistema, organizzati  per compartimenti, riconducendo il tutto ad un unicum del potere costituito; anche attraverso la elaborazione di ben finalizzate dottrine generali (il diritto naturale, la teologia della volontà di Dio e dell’ordine, ecc.).


L’andamento della ricerca di Pascale  ha, dunque, questo filo rosso conduttore: un mondo creduto ( e “persino” credutosi) a parte, si presenta  come mondo sempre intrecciato con la grande  società, sempre “vitale”, anche nelle sue specifiche inadeguatezze, anche con le transitorie “assenze” che rinviavano e rinviano (e questo vale anche per lo studioso che si accosta alle fonti) ad assetti e complessi storico-sociali generali.


Stiamo parlando, ovviamente, della storia moderna.


Scrive Pascale a margine della conferenza economica della Confcoltivatori: “i limiti della conferenza economica andrebbero ricercati nell’analisi ancora parziale delle modificazioni che si erano prodotte nell’economia e nella società e che avevano trasformato i rapporti tra città e campagne. Erano, infatti, cambiati in modo vistoso i comportamenti degli agricoltori e deisoggetti rurali che ormai non si distinguevano più dagli altri soggetti degli ambienti urbani. (…) il cambiamento più profondo avrebbe meritato un’analisi più accurata per individuare con maggiore precisione i soggetti e la molteplicità di relazioni e integrazioni che si stavano producendo” (p. 268).


E non si tratta, da parte dell’autore, di una notazione en passant.


E’ tutta la impostazione del lavoro che è situata in questa consapevolezza, a cominciare dal sottotitolo, dove l’autore usa la terminologia e la configurazione socio-economica di “società civile”, per indagare lo stato e l’evoluzione degli assetti  sociali, le dinamiche  delle sue componenti e le interrelazioni. Non ricorre, per essere più espliciti, alla consunta terminologia di “categoria” o ad altre similari.


D’altra parte, se i protagonisti principali dell’agricoltura sono gli agricoltori e le agricoltrici, essa (l’agricoltura) appartiene alla società e  vive nelle articolazioni di società complesse.


Su questa “evidente” appartenenza dovranno essere impostati sempre di più i vari  “negoziati” tra i protagonisti dell’agricoltura e la società, a partire da quella Politica agricola comune che ancora oggi necessita di una reimpostazione integrale e integrata.


Sono certo che la lettura di questo libro può contribuire a  coltivare quelle ragionevoli speranze di cui parla Alfonso Pascale, a cui faccio i migliori complimenti per questa sua impegnativa e meditata ricerca. E complimenti anche a Cavinato editore, per il coraggio civile che ha manifestato dando alle stampe un libro che si rivela importante nell’editoria di studi e ricerche collegate al cosiddetto “mondo agricolo”. Di queste Gemme abbiamo bisogno, per riscoprire  con più consapevolezze anche le Radici.

 

Mario Campli

(Consigliere del Comitato Economico e Sociale Europeo)


Alfonso Pascale, Radici & Gemme. La società civile delle campagne dall'Unità ad oggi, Cavinato Editore International, 2013


8 agosto 2013

Un libro di memorie per una storia del Pci meridionale. Alfonso Pascale recensisce l'ultimo libro di Piero Di Siena

Il Pci del Mezzogiorno ha manifestato alcuni caratteri specifici nell’evoluzione del “partito nuovo” voluto da Togliatti dopo la caduta del fascismo e, successivamente, ha continuato a coltivare, nel bene e nel male, una sua peculiarità lungo l’intera parabola di quella formazione politica conclusasi con la morte del comunismo reale. Dobbiamo essere grati a Piero Di Siena che - con il suo libro “Nel Pci del Mezzogiorno. Frammenti di storia sul filo della memoria” (Calice Editori, 2013) – fornisce uno dei primi e più significativi contributi alla ricostruzione del comunismo meridionale, individuando alcuni elementi essenziali per tracciare il profilo di quella specificità a partire dal secondo Dopoguerra e, soprattutto, in seguito al “miracolo economico”.


L’A. è stato un dirigente del Pci, dapprima nella sezione universitaria di Bari e, dal 1978 in Basilicata, in qualità di segretario della Federazione di Potenza e poi di segretario regionale.  In gioventù aveva coltivato gli studi storici sull’evoluzione del pensiero di dirigenti e intellettuali comunisti, a partire da Emilio Sereni. E ora, in questo suo ultimo lavoro, riscopre questa sua antica “vocazione” e fornisce un contributo storiografico di notevole spessore.


La forma non è quella autobiografica, né quella della ricostruzione obiettiva delle vicende sulla base di fonti scritte. Si tratta, invece, della raccolta ragionata di alcuni elaborati d’occasione – articoli apparsi su “L’Unità” e “Rinascita” o saggi pubblicati in opere collettanee – che riguardano talune figure emblematiche del Pci meridionale o ad esso vicine, come Michele Mancino, Michele Preziuso, Francesco Laudadio, Nino Calice, Raffaele Giura Longo, Paolo Laguardia, e alcuni snodi cruciali del rapporto tra Pci e Mezzogiorno, come la creazione del centro siderurgico di Taranto e l’emergenza post-terremoto. In appendice è riprodotta la relazione che Di Siena svolse al III congresso regionale del Pci nel 1986, che testimonia anch’essa, in modo nitido, il valore e i limiti della cultura politica e, soprattutto, il vasto campo d’iniziativa del partito in una regione particolare del Mezzogiorno. Il tutto è sorretto da un’ampia introduzione in cui l’A. ragiona in modo persuasivo sull’inevitabilità – nella memorialistica politica odierna – di una ricostruzione della memoria come occasione essa stessa per tracciare bilanci storici e pone, altresì, l’esigenza di approfondire “il nesso nuovo da stabilire tra memorialistica e fonti di archivio, scritte e audiovisive”, invitando gli storici di professione a riformulare “lo stesso statuto epistemologico della ricerca storica e il suo rapporto con le fonti”. Se altre personalità, che hanno svolto funzioni dirigenti nel Pci e, in generale, nella sinistra del Mezzogiorno, seguissero l’esempio di Di Siena, si potrebbe pervenire ad un mosaico di straordinario valore per rielaborare criticamente la vicenda storica delle formazioni politiche della sinistra meridionale, interrompendo l’infruttuoso e avvilente stillicidio di novità, che pretendono di affermarsi mediante solamente cesure e rimozioni, e dotandoci di strumenti culturali più efficaci per tentare proficuamente vie d’uscita dalla crisi morale, economica, politica e istituzionale.


L’A. parte dall’assunto che il Pci – anche nel Mezzogiorno – ha rappresentato un’originale evoluzione del partito di classe, nel senso che esso si costituisce entro un esplicito rapporto tra classi sociali diverse attraverso l’esercizio di una funzione egemonica di una classe sulle altre”. Il Pci sarebbe stato lo strumento per realizzare il “blocco storico” di cui parlava Gramsci. E dunque la sua ascesa e il suo declino non sarebbero dipesi solo dalla capacità di svolgere una funzione nazionale nel quadro dei mutevoli rapporti internazionali, ma anche di costituire la forma politica organizzata di blocchi sociali costituiti da classi che nascono e si esauriscono continuamente. In tale quadro concettuale si spiegherebbero sia il carattere di massa - sebbene a macchia di leopardo - del Pci come strumento ed espressione del ruolo egemonico assunto dai contadini nell’immediato Dopoguerra, sia la progressiva incapacità di quel partito di ricostituire nuovi “blocchi storici” quando quello iniziale, a seguito del “miracolo economico”, si sfalda.


Si tratta, a mio modo di vedere, di una rappresentazione molto parziale del conflitto sociale e politico che si è sviluppato nel Mezzogiorno; rappresentazione che andrebbe discussa e ridefinita in una dimensione di lunga durata, partendo almeno dall’Unità d’Italia e ripercorrendo criticamente il tormentato rapporto tra società civile delle campagne, sistema politico, Stato e mercato. Per la particolare conformazione e articolazione del capitalismo italiano, specie nel Mezzogiorno le contrapposizioni di interessi hanno riguardato solo marginalmente il conflitto tra capitale e lavoro. Qui più che altrove la costruzione dei partiti di massa è avvenuta sulla base di distinti ma convergenti progetti di educazione alla democrazia, che hanno dapprima promosso una nuova società civile e che dopo non hanno saputo o voluto liberarla e farla crescere autonomamente, invischiandola così in rapporti deleteri con le istituzioni. I partiti di massa e, soprattutto, il Pci dove si era dotato di gruppi dirigenti capaci, hanno svolto nei primi anni di vita della Repubblica, e almeno fino alla nascita delle Regioni, una primaria funzione di ricostituzione in forme moderne di comunità locali e di legami sociali solidali, come premessa fondamentale per la democratizzazione delle istituzioni. Ma poi, qui più che altrove si è passati direttamente da un’economia prevalentemente contadina ad una potenziale economia della conoscenza, indotta dai progressi in campo educativo e dall’affermarsi in modo diffuso del sapere, come fattore dominante che permea di sé il processo produttivo di beni e servizi. Qui più che altrove si è, in altre parole, saltata la fase del capitalismo fordista per ragioni che attengono non a presunti ritardi – come si è voluto pervicacemente continuare a credere - ma a peculiari tratti della nostra vicenda civile di lunga durata,  nonostante i costosissimi, lunghi, inconcludenti e un po’ patetici sforzi per favorirne il suo insediamento diffuso.


Quanto è avvenuto si poteva già intravedere nella fase della “grande trasformazione” e del “boom economico” e non è stato colpevolmente intravisto? Ecco una domanda che potrebbe condurci forse alle radici dei ritardi e della lunga crisi politica e sociale che si è aperta negli anni Settanta del secolo scorso e che non si è più riusciti a farvi fronte.


Il libro di Di Siena ha il merito di avviare la riflessione su temi che sembrano antichi ma sono, in realtà,  di scottante attualità. Alla sinistra del Mezzogiorno manca un progetto dello stesso spessore di quello elaborato dal “partito nuovo” di Togliatti: un progetto politico ispirato dagli eterni valori della libertà, dell’eguaglianza e della fraternità civile, cioè aperta e universalistica, e dalle nuove domande di senso, capace di selezionare nella società le forze interessate a farsene interpreti e potenzialmente in grado di assumere una funzione egemone nel processo di cambiamento. Ma se non svolgiamo questo lavoro di scavo nel nostro vissuto personale e collettivo, a cui ci invita Di Siena, non riusciremo mai ad elaborarlo e soprattutto a farci intendere dalle forze disponibili a cambiare lo stato di cose esistente.


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agosto